ETUDE N°3

 

Titta Ruffo

(1877-1953)

 

            « Carneade ! Chi era costui ? »1

               Così all’inizio dell’VIII capitolo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, « rumminava tra sè Don Abbondio seduto sul suo seggiolone ».

 

            Non diversamente oggi qualunque persona di questi anni, non addetta ai lavori e del tutto digiuna non solo dei primi rudimenti di Storia della Musica, ma anche di ciò che sia bel canto e artisti coevi di quest’arte perduta, risponderebbe allo stesso modo, nel sentire il nome di Titta Ruffo.

 

            « Titta Ruffo ! Chi era costui ? »

            Forse il nome di un cagnolino da salotto, aggiungerà ancora qualcuno.

            Purtroppo è così, non stiamo facendo affatto della facile ironia, ma riportiamo appena qual’è il livello della cultura musicale oggi.

 

            Se però si prende qualsiasi enciclopedia di un certo spessore culturale o ancor più un testo specifico di musica, alla voce Titta Ruffo si leggerà almeno « artista sommo e famoso baritono » a cavallo fra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo secolo XXesimo, ora morente. In più si potrà leggere ancora che con Caruso e Chaljapin costituì una celeberrima triade di artisti del bel canto appunto.

 

            Questo è appena un accenno che abbiamo voluto scrivere per il dotto e l’incolto dei giorni nostri a chiarimento dell’inclito nome di Titta Ruffo.

 

            Noi, senza esitazione veruna—perchè sarebbe risibile e improduttiva—possiamo ben dire da appassionati prima e studiosi poi dell’arte del bel canto, che conoscemmo il nome e la voce dell’artista pisano Titta Ruffo fin dall’età più verde e adolescente. Anzi—ed è vero—conoscemmo prima la sua voce illustre e poi il nome dell’artista.

 

            Perchè ?

            Perchè ricordiamo ancora, perfettamente lucidi e memori, che la radio—per nostra fortuna non c’era ancora la devastante invasione dell’elettrodomestico televisivo—trasmetteva tutti i giorni le incisioni operistiche dei grandi cantanti lirici e fra questi quelle più comuni del grande artista pisano Titta Ruffo.

 

            Poi comprammo i dischi e poi conoscemmo il nome famoso di lui ancora vivente in modo così totale e profondo da divenire familiare in quei tempi per noi giovanili.

 

            Ma veniamo subito all’artista Titta Ruffo, all’interprete insigne e al suo spessore vocale che fu il mezzo col quale crebbe e si affermò il cantante, l’artista dalla statura eccezionale, il baritono Titta Ruffo.

 

            Come molti suoi colleghi, anche per Titta Ruffo gli inizi non furono affato semplici e facili. Dovette accontentarsi di parti di comprimario come l’Araldo nel Lohengrin di Wagner nella primavera del 1898 al Teatro Costanzi di Roma, oggi Teatro dell’Opera. I primi ruoli vennero nella stagione 1899-1900 al Teatro Carlo Felice (Traviata e Rigoletto), al Teatro Regio di Parma (Trovatore) e nel 1900 a Santiago del Cile, ove per la prima volta si rivelò in Africana e Otello.

 

            Le irripetibili qualità artistiche e interpretative si affermarono nei principali teatri del mondo, e se straripante, bronzea, estesissima e personalissima fu la voce sua, di pari dimensione fu l’interprete, il cantante attore estremamente rigoroso nella cura del trucco e nell’espressione della parola cantata, liquefatta in suono, trascesa in poesia.

 

                Del resto ne dà testimonianza e fede il suo imponente testamento discografico che, iniziato tra il 1904-1905 con i primi cilindri Pathé, acustici ovviamente, si estese fino al 1929 con le ultime incisioni elettriche.

 

                Le sue ultime apparizioni in teatro ebbero luogo al Teatro Colón di Buenos Aires nel 1931 in Amleto e Tosca. Dovette ritirarsi dai teatri italiani per motivi politici. Era infatti cognate di Giacomo Matteotti.

 

            I nostri incontri con l’artista Titta Ruffo furono solo discografici, ma intensi e profondi, fino a divenire in noi presenza costante di riferimento e di inalienabile indice di magistero canoro nelle audizioni che facevamo delle voci più rappresentative dell’epoca d’oro del melodramma. Nè potremmo passare sotto silenzio la straripante e impressionante ricchezza vocale dell’artista che ci colpì e ci travolse quando ascoltammo per la prima volta « All’erta, marinar », già suggestionati dalla tenuta dei fiati nell’incisione di « Adamastor, re dell’onde profonde », sempre dall’Africana, nè dimenticheremo mai l’irrepetibile « Brindisi » dall’Amleto di Ambroise Thomas, ove il cantante e l’attore toccano nell’interpretazione vocale vertici che trascendono le capacità umane e si proittano nel sublime, rivelandoci la folgorante intuizione del genio.

 

            I suoi personaggi più famosi, Rigoletto, Jago, Barnaba, Il Conte di Luna, Amleto, Scarpia fino al tragico e tormentato Boris Godunov—citiamo appena a memoria quelli che ci sovvengono—s’impegnano e s’addensano nell’interpretazione dell’artista pisano d’un personalissimo e non commune scavo psicologico ed evincono la macerazione di uno studio rigoroso e severo fino alla discesa empatica negli abissi, nelle rocce dell’animo dei suoi personaggi musicali. E accanto ai personaggi tragici, martoriati e travolti dalle loro passioni di sangue, d’amore, di vendette e di morte, ecco quelli dolenti, sofferti, offesi, ove il pianto dell’animo si fa cifra di strazio e stigma di lutto trascinati per una intera vita reclina e dannata. Alludiamo a Giorgio Germont, a Chatterton di Leoncavallo, a Marcello, pittore di sogni dalla pucciniana Bohème, citando così—l’abbiamo detto—soltanto a memoria. E Tonio “lo scemo” dai Pagliacci diveniva in Titta Ruffo “Il Prologo” dalla “povera gabbana d’istrione”, “lo scemo” che concupisce Nedda in un vuoto delirio dei sensi, l’artefice sotterraneo che sguarda, spia, si vendica e conduce Canio ad un epilogo di sangue. Del resto ricordiamo al lettore quell’indimenticabile foto dell’artista Ruffo ripreso in un’espressione verticalmente demenziale nella sua acuminate genialità: Tonio “lo scemo”, appunto!

 

            E Figaro? E Don Pasquale? Qui il canto del grande baritone diventa sorriso dell’animo e beffa gentile, leggera come un’ iridescente carezza sgorgata dal fiore profondo della sua voce toscana che dilagò per il mondo.

 

            E accanto al travolgente magistero canoro del « Brindisi » dall’Amleto, ecco il dolente e pensoso « Come il romito fior » dalla stessa opera. Due stati d’animo diversi espressi dall’artista con una capacità d’introspezione che evidenziano lo studio profondo e ci restituiscono la grandissima e semplice bontà dell’artista e dell’uomo Ruffo che attraverso l’indigenza e le asperità dei primi anni seppe trarre dalla sofferenza la conoscenza di quella dei suoi personaggi e giungere al tormentoà dell’animo loro.

 

            Del resto un profilo dell’artista Titta Ruffo, interprete sommo e ineguagliato, già lo facemmo nel nostro libro su Enrico Caruso (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995), a proposito di una caricatura di quest’ultimo al collega e amico e a quelle pagine rimandiamo il lettore, scusandoci per l’autocitazione.

 

            Ma c’è anche, oltre a questo nostro breve e modesto profilo, un altro aspetto poco noto ai più del grande artista e dell’uomo Ruffo.

 

            Il suo libro autobiografico La mia parabola fu pubblicato dalla Casa Editrice Treves nel 1937 e nel 1977 fu ristampato dalla Casa Editrice Staderini (Roma) a cura del figlio dell’artista dott. Ruffo Titta, in una stupenda veste editoriale profondamente rinnovata e corredata dalla cronologia degli spettacoli e dalla discografia completa dell’artista, in occasione del centenario della nascita.

 

            Noi leggemmo questo libro nella freschezza dei nostri 18 anni d’età : ebbene, ancora ora, come allora, non potremo mai dimenticare l’umanità immensa e semplice, partecipe e commossa dell’autore che s’adipana, s’estende e si riverbera in ogni pagina del libro come una presenza viva, mai opaca o stancante. Noi che biografie di cantanti ne abbiamo lette tante, possiamo ben dire che poche ci commossero quanto La mia parabola di Titta Ruffo. Una vita intera vissuta per l’arte è filtrata e coagulata attraverso la grandissima e non comune sensibilità dell’Artista che acumina e squaderna se stesso e un mondo di personaggi e di maschere allontanato e ripercorso con occhio profondo, bonario, rasserenato.

 

            Tra le pagine del libro si scoprono delicatezze emozionanti, situazioni paradossali e coinvolgenti scritte con una vivacità d’animo sagace, profonda, trascinante.

 

            Prima di concludere questo nostro breve scritto sull’artista Titta Ruffo sentiamo il dovere di segnalare al lettore, interessato ad estendere la conoscenza sul sommo baritono, il profondo ed esauriente studio del Prof. Jean-Pierre Mouchon su Les enregistrements du baryton Titta Ruffo (guide analytique), pubblicato nel 1991 a cura de l’ »Académie Régionale de Chant Lyrique », Marsiglia, Francia.

 

            Così crediamo, forse, di aver un poco illuminato la domanda di un giovane di oggi.

            « Titta Ruffo ! Chi era costui ? »

 

                Prof. Riccardo Vaccaro

Napoli, 27 ottobre 1996.

 

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(1) Carneade era un filosofo di Cirene che venne a Roma nel 155 a. C. Cicerone ne parla con gran lode nel De finibus, libro che forse Don Abbondio aveva letto molti anni prima, o non aveva letto affatto.

 

 

 

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